
Nel gennaio 2007 il Forum sociale mondiale è stato celebrato per la prima volta in Africa, più precisamente a Nairobi. E per la prima volta la presenza di partecipanti africani è stata significativa ed in effetti la più numenrosa per continente. Questa tappa africana del FSM ha avuto caratteristiche proprie: l’aspetto della celebrazione della vita — a detta dei partecipanti che erano già stati ad altre edizioni del Forum — è emerso più fortemente; per la prima volta la dimensione di fede ha accompagnato il dialogo ed i lavori dei laboratori e altre attività; e infine una terza novità è stato l’incontro con la gente nelle baraccopoli, l’interazione con loro e la loro partecipazione. Insomma, gli incontri umani hanno prevalso sulle campagne ideologiche.
La famiglia comboniana ha partcipato a questo processo preparandosi per tempo. Il primo passo è stato fatto con una riflessione sulle nostre esperienze di pastorale sociale ed impegno per la giustizia e la pace. Questo ha facilitato la condivisione e la formazione di gruppi tematici in sintonia con i grandi temi del FSM e dunque una volta cominciato il Forum i vari gruppi comboniani hanno potuto partecipare ai lavori secondo le diverse aree tematiche. Una scelta importante per costruire sulle competenze e sensibilità dei partecipanti e per favorire un dialogo con le esperienze di gente, gruppi, organizzazioni molto diverse da noi.
Per esempio, personalmente ho partecipato al gruppo tematico dei popoli indigeni (pastori nomadi e gruppi umani di minoranza in Africa). L’incontro con tante persone ed organizzazioni impegnate con cui non avevo alcuna familiarità mi ha fatto realizzare come oggi i popoli rivendichino le proprie identità, le loro diversità, si autoaffermino e mettano in questione le strutture socio-culturali e le visioni del mondo dominanti. Mi ha fatto una profonda inpressione ascoltare degli anziani di popoli indigeni raccontare la loro storia e fare un’analisi disincantata dell’impatto del colonialismo sui loro popoli e sull’ambiente. Nel contesto del loro impegno per la diversità bio-culturale — unica via possibile per la sostenibilità di ecosistemi delicatissimi — questi anziani hanno presentato nelle loro madrelingue una lettura disincatata degli ultimi 60 anni di storia nelle loro terre ancestrali.
Con fatti ed argomenti ben articolati hanno sostenuto la tesi che il colonialismo ha portato tre elementi che hanno finito per dsitruggere popoli e territori: il sistema legale occidentale, che ha deprivato i popoli dei propri sistemi di mantenimento, risoluzione dei confliltti, e conservazione ambientale; il sistema di istruzione occidentale, che ha alienato la gente al proprio sistema di sapere (il più adatto alla conservazione ambientale), alla propria cultura e creatività; ed infine la religione, vista in parte come funzionale al colonialismo, ed in parte co-responsabile dell’alienazione di tanta gente. Personalmente sono rimasto molto colpito da questa analisi ed a disagio per la posizione che anche noi missionari verremmo a coprire in tale visione. Tuttavia, è stato importante non chiudersi sulla difensiva, ma restare aperti all’ascolto e lasciarsi mettere in discussione.
Del resto, il Forum è stato sí ricco di aspettative e di vita, ma anche caotico. Non sono mancate contraddizioni, tensioni e l’incontro con un’umanità ferita ed a volte manipolatrice, violenta. Tuttavia, è emerso chiaramente che l’universalità dei valori, del sapere, ecc. viene percepita come omogeneizzazione che va contro il rispetto delle differenze e del pluralismo (quest’ultimo una vera e propria rivendicazione dei poveri al Forum). La comunione, invece, va ricercata come il frutto del dialogo tra culture, visioni del mondo, fedi, e popoli diversi. Al Forum comboniano, dom Marcelo Barros ci ha aiutati a leggere questa realtà in chiave di fede e a scoprire che lo Spirito Santo è presente in mezzo a popoli, idee e lingue diverse. Dio ha condotto il popolo d’Israele dalla schiavitù alla salvezza attraverso il deserto e quello che abbiamo visto al FSM risuona con la narrativa dell’Esodo, anch’essa costellata di errori ed infedeltà. Ma per accorgerci di questo e delle espressioni del Regno che viene a noi, dobbiamo ascoltare le tenui e generalmente soppresse voci dei poveri.
L’esercizio di riflessione teologica che abbiamo fatto assieme come famiglia comboniana al FSM è stato un punto qualificante della settimana del Forum. Qui per riflessione teologica si intende la riflessione sull’esperienza fatta alla luce della fede che porta all’azione. Ho potuto apprezzare l’importanza del dialogo tra l’esperienza vissuta, ricca di ispirazioni, scoperte e incontri, ma anche caotica, carica di tensioni ed ambiguità da una parte, e la nostra tradizione di fede e di missione dall’altra. La chiave del processo che abbiamo seguito è stata la correlazione tra ciò che emerge dai sentimenti e dal profondo del nostro animo come reazione a quello che sprimentiamo sulla nostra pelle, e ciò che invece emerge dalla tradizione di fede (mediata dalla Bibbia, o dalla tradizione sociale della chiesa, o dalla tradizione comboniana per esempio) in risposta a quella stessa esperienza. Questa correlazione mi ha aiutato a riconoscere la presenza misteriosa del Signore nel mezzo del caos e delle contraddizioni — di cui anche noi siamo parte — con cui abbiamo cercato di dialogare. Ne è emersa una rinnovata chiamata ad abbracciare la realtà di resistenza e trasformazione sociale che i popoli emarginati stanno vivendo cosí com’è, con fiducia e rispetto della gente, senza essere ingenui o ideologicizzati, ma anche senza bloccarci davanti alle inevitabili ambiguità, errori e limiti che sono parte di questo proccesso.
La mia esperienza di conversione al FSM, in conclusione, è in risonanza con il carisma comboniano, caratterizzato dall’inclusività (di tutti gli agenti di trasformazione sociale ed evangelizazzione, che dunque richiede collegamento in rete, collaborazione, pluralismo, ecc.), il rispetto e la rigenerazione degli oppressi. Un’esperienza condivisa con gli altri comboniani/e presenti al Forum, come si vede dal documento finale che riassume i punti focali del nostro discernimento, tra i quali credo che emerga come una delle novità più significative la consapevolezza della chiamata ad essere non tanto voce di chi non ha voce, ma ascoltatori attenti delle voci soppresse, dedicati al favorire l’emergere, l’ascolto e il dialogo con tali voci nel mondo e nella chiesa.